giovedì 28 marzo 2013

Predica di S.S. Nostro Gesù Cristo il Papa Benedetto XVI pronunciata in occasione della S. Messa in Coena Domini! Impariamo!


Cari fratelli e sorelle!

Il Giovedì Santo non è solo il giorno dell’istituzione della Santissima Eucaristia, il cui splendore certamente s’irradia su tutto il resto e lo attira, per così dire, dentro di sé. Fa parte del Giovedì Santo anche la notte oscura del Monte degli Ulivi, verso la quale Gesù esce con i suoi discepoli; fa parte di esso la solitudine e l’essere abbandonato di Gesù, che pregando va incontro al buio della morte; fanno parte di esso il tradimento di Giuda e l’arresto di Gesù, come anche il rinnegamento di Pietro, l’accusa davanti al Sinedrio e la consegna ai pagani, a Pilato. Cerchiamo in quest’ora di capire più profondamente qualcosa di questi eventi, perché in essi si svolge il mistero della nostra Redenzione.

Gesù esce nella notte. La notte significa mancanza di comunicazione, una situazione in cui non ci si vede l’un l’altro. È un simbolo della non-comprensione, dell’oscuramento della verità. È lo spazio in cui il male, che davanti alla luce deve nascondersi, può svilupparsi. Gesù stesso è la luce e la verità, la comunicazione, la purezza e la bontà. Egli entra nella notte. La notte, in ultima analisi, è simbolo della morte, della perdita definitiva di comunione e di vita. Gesù entra nella notte per superarla e per inaugurare il nuovo giorno di Dio nella storia dell’umanità.

Durante questo cammino, Egli ha cantato con i suoi Apostoli i Salmi della liberazione e della redenzione di Israele, che rievocavano la prima Pasqua in Egitto, la notte della liberazione. Ora Egli va, come è solito fare, per pregare da solo e per parlare come Figlio con il Padre. Ma, diversamente dal solito, vuole sapere di avere vicino a sé tre discepoli: Pietro, Giacomo e Giovanni. Sono i tre che avevano fatto esperienza della sua Trasfigurazione – il trasparire luminoso della gloria di Dio attraverso la sua figura umana – e che Lo avevano visto al centro tra la Legge e i Profeti, tra Mosè ed Elia. Avevano sentito come Egli parlava con entrambi del suo “esodo” a Gerusalemme. L’esodo di Gesù a Gerusalemme – quale parola misteriosa! L’esodo di Israele dall’Egitto era stato l’evento della fuga e della liberazione del popolo di Dio. Quale aspetto avrebbe avuto l’esodo di Gesù, in cui il senso di quel dramma storico avrebbe dovuto compiersi definitivamente? Ora i discepoli diventavano testimoni del primo tratto di tale esodo – dell’estrema umiliazione, che tuttavia era il passo essenziale dell’uscire verso la libertà e la vita nuova, a cui l’esodo mira. I discepoli, la cui vicinanza Gesù cercò in quell’ora di estremo travaglio come elemento di sostegno umano, si addormentarono presto. Sentirono tuttavia alcuni frammenti delle parole di preghiera di Gesù e osservarono il suo atteggiamento. Ambedue le cose si impressero profondamente nel loro animo ed essi le trasmisero ai cristiani per sempre. Gesù chiama Dio “Abbà”. Ciò significa – come essi aggiungono – “Padre”. Non è, però, la forma usuale per la parola “padre”, bensì una parola del linguaggio dei bambini – una parola affettuosa con cui non si osava rivolgersi a Dio. È il linguaggio di Colui che è veramente “bambino”, Figlio del Padre, di Colui che si trova nella comunione con Dio, nella più profonda unità con Lui.

Se ci domandiamo in che cosa consista l’elemento più caratteristico della figura di Gesù nei Vangeli, dobbiamo dire: è il suo rapporto con Dio. Egli sta sempre in comunione con Dio. L’essere con il Padre è il nucleo della sua personalità. Attraverso Cristo conosciamo Dio veramente. “Dio, nessuno lo ha mai visto”, dice san Giovanni. Colui “che è nel seno del Padre … lo ha rivelato” (1,18). Ora conosciamo Dio così come è veramente. Egli è Padre, e questo in una bontà assoluta alla quale possiamo affidarci. L’evangelista Marco, che ha conservato i ricordi di san Pietro, ci racconta che Gesù, all’appellativo “Abbà”, ha ancora aggiunto: Tutto è possibile a te, tu puoi tutto (cfr 14,36). Colui che è la Bontà, è al contempo potere, è onnipotente. Il potere è bontà e la bontà è potere. Questa fiducia la possiamo imparare dalla preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi.

Prima di riflettere sul contenuto della richiesta di Gesù, dobbiamo ancora rivolgere la nostra attenzione su ciò che gli Evangelisti ci riferiscono riguardo all’atteggiamento di Gesù durante la sua preghiera. Matteo e Marco ci dicono che Egli “cadde faccia a terra” (Mt 26,39; cfr Mc 14,35), assunse quindi l’atteggiamento di totale sottomissione, quale è stato conservato nella liturgia romana del Venerdì Santo. Luca, invece, ci dice che Gesù pregava in ginocchio. Negli Atti degli Apostoli, egli parla della preghiera in ginocchio da parte dei santi: Stefano durante la sua lapidazione, Pietro nel contesto della risurrezione di un morto, Paolo sulla via verso il martirio. Così Luca ha tracciato una piccola storia della preghiera in ginocchio nella Chiesa nascente. I cristiani, con il loro inginocchiarsi, entrano nella preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi. Nella minaccia da parte del potere del male, essi, in quanto inginocchiati, sono dritti di fronte al mondo, ma, in quanto figli, sono in ginocchio davanti al Padre. Davanti alla gloria di Dio, noi cristiani ci inginocchiamo e riconosciamo la sua divinità, ma esprimiamo in questo gesto anche la nostra fiducia che Egli vinca.

Gesù lotta con il Padre. Egli lotta con se stesso. E lotta per noi. Sperimenta l’angoscia di fronte al potere della morte. Questo è innanzitutto semplicemente lo sconvolgimento, proprio dell’uomo e anzi di ogni creatura vivente, davanti alla presenza della morte. In Gesù, tuttavia, si tratta di qualcosa di più. Egli allunga lo sguardo nelle notti del male. Vede la marea sporca di tutta la menzogna e di tutta l’infamia che gli viene incontro in quel calice che deve bere. È lo sconvolgimento del totalmente Puro e Santo di fronte all’intero profluvio del male di questo mondo, che si riversa su di Lui. Egli vede anche me e prega anche per me. Così questo momento dell’angoscia mortale di Gesù è un elemento essenziale nel processo della Redenzione. La Lettera agli Ebrei, pertanto, ha qualificato la lotta di Gesù sul Monte degli Ulivi come un evento sacerdotale. In questa preghiera di Gesù, pervasa da angoscia mortale, il Signore compie l’ufficio del sacerdote: prende su di sé il peccato dell’umanità, tutti noi, e ci porta presso il Padre.

Infine, dobbiamo ancora prestare attenzione al contenuto della preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi. Gesù dice: “Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36). La volontà naturale dell’Uomo Gesù indietreggia spaventata davanti ad una cosa così immane. Chiede che ciò gli sia risparmiato. Tuttavia, in quanto Figlio, depone questa volontà umana nella volontà del Padre: non io, ma tu. Con ciò Egli ha trasformato l’atteggiamento di Adamo, il peccato primordiale dell’uomo, sanando in questo modo l’uomo. L’atteggiamento di Adamo era stato: Non ciò che hai voluto tu, Dio; io stesso voglio essere dio. Questa superbia è la vera essenza del peccato. Pensiamo di essere liberi e veramente noi stessi solo se seguiamo esclusivamente la nostra volontà. Dio appare come il contrario della nostra libertà. Dobbiamo liberarci da Lui – questo è il nostro pensiero – solo allora saremmo liberi. È questa la ribellione fondamentale che pervade la storia e la menzogna di fondo che snatura la nostra vita. Quando l’uomo si mette contro Dio, si mette contro la propria verità e pertanto non diventa libero, ma alienato da se stesso. Siamo liberi solo se siamo nella nostra verità, se siamo uniti a Dio. Allora diventiamo veramente “come Dio” – non opponendoci a Dio, non sbarazzandoci di Lui o negandoLo. Nella lotta della preghiera sul Monte degli Ulivi Gesù ha sciolto la falsa contraddizione tra obbedienza e libertà e aperto la via verso la libertà. Preghiamo il Signore di introdurci in questo “sì” alla volontà di Dio, rendendoci così veramente liberi. Amen.

Sacra Predicazione di Sua Augusta Santità, Nostro Signore Gesù Cristo il Papa Benedetto XVI in occasione della Santa Messa Crismale!


Cari fratelli e sorelle!
In questa Santa Messa i nostri pensieri ritornano all’ora in cui il Vescovo, mediante l’imposizione delle mani e la preghiera, ci ha introdotti nel sacerdozio di Gesù Cristo, così che fossimo “consacrati nella verità” (Gv 17,19), come Gesù, nella sua Preghiera sacerdotale, ha chiesto per noi al Padre. Egli stesso è la Verità. Ci ha consacrati, cioè consegnati per sempre a Dio, affinché, a partire da Dio e in vista di Lui, potessimo servire gli uomini. Ma siamo anche consacrati nella realtà della nostra vita? Siamo uomini che operano a partire da Dio e in comunione con Gesù Cristo? Con questa domanda il Signore sta davanti a noi, e noi stiamo davanti a Lui. “Volete unirvi più intimamente al Signore Gesù Cristo e conformarvi a Lui, rinunziare a voi stessi e rinnovare le promesse, confermando i sacri impegni che nel giorno dell’Ordinazione avete assunto con gioia?” Così, dopo questa omelia, interrogherò singolarmente ciascuno di voi e anche me stesso. Con ciò si esprimono soprattutto due cose: è richiesto un legame interiore, anzi, una conformazione a Cristo, e in questo necessariamente un superamento di noi stessi, una rinuncia a quello che è solamente nostro, alla tanto sbandierata autorealizzazione. È richiesto che noi, che io non rivendichi la mia vita per me stesso, ma la metta a disposizione di un altro – di Cristo. Che non domandi: che cosa ne ricavo per me?, bensì: che cosa posso dare io per Lui e così per gli altri? O ancora più concretamente: come deve realizzarsi questa conformazione a Cristo, il quale non domina, ma serve; non prende, ma dà – come deve realizzarsi nella situazione spesso drammatica della Chiesa di oggi? Di recente, un gruppo di sacerdoti in un Paese europeo ha pubblicato un appello alla disobbedienza, portando al tempo stesso anche esempi concreti di come possa esprimersi questa disobbedienza, che dovrebbe ignorare addirittura decisioni definitive del Magistero – ad esempio nella questione circa l’Ordinazione delle donne, in merito alla quale il beato Papa Giovanni Paolo IIha dichiarato in maniera irrevocabile che la Chiesa, al riguardo, non ha avuto alcuna autorizzazione da parte del Signore. La disobbedienza è una via per rinnovare la Chiesa? Vogliamo credere agli autori di tale appello, quando affermano di essere mossi dalla sollecitudine per la Chiesa; di essere convinti che si debba affrontare la lentezza delle Istituzioni con mezzi drastici per aprire vie nuove – per riportare la Chiesa all’altezza dell’oggi. Ma la disobbedienza è veramente una via? Si può percepire in questo qualcosa della conformazione a Cristo, che è il presupposto di ogni vero rinnovamento, o non piuttosto soltanto la spinta disperata a fare qualcosa, a trasformare la Chiesa secondo i nostri desideri e le nostre idee?

Ma non semplifichiamo troppo il problema. Cristo non ha forse corretto le tradizioni umane che minacciavano di soffocare la parola e la volontà di Dio? Sì, lo ha fatto, per risvegliare nuovamente l’obbedienza alla vera volontà di Dio, alla sua parola sempre valida. A Lui stava a cuore proprio la vera obbedienza, contro l’arbitrio dell’uomo. E non dimentichiamo: Egli era il Figlio, con l’autorità e la responsabilità singolari di svelare l’autentica volontà di Dio, per aprire così la strada della parola di Dio verso il mondo dei gentili. E infine: Egli ha concretizzato il suo mandato con la propria obbedienza e umiltà fino alla Croce, rendendo così credibile la sua missione. Non la mia, ma la tua volontà: questa è la parola che rivela il Figlio, la sua umiltà e insieme la sua divinità, e ci indica la strada.

Lasciamoci interrogare ancora una volta: non è che con tali considerazioni viene, di fatto, difeso l’immobilismo, l’irrigidimento della tradizione? No. Chi guarda alla storia dell’epoca post-conciliare, può riconoscere la dinamica del vero rinnovamento, che ha spesso assunto forme inattese in movimenti pieni di vita e che rende quasi tangibili l’inesauribile vivacità della santa Chiesa, la presenza e l’azione efficace dello Spirito Santo. E se guardiamo alle persone, dalle quali sono scaturiti e scaturiscono questi fiumi freschi di vita, vediamo anche che per una nuova fecondità ci vogliono l’essere ricolmi della gioia della fede, la radicalità dell’obbedienza, la dinamica della speranza e la forza dell’amore.

Cari amici, resta chiaro che la conformazione a Cristo è il presupposto e la base di ogni rinnovamento. Ma forse la figura di Cristo ci appare a volte troppo elevata e troppo grande, per poter osare di prendere le misure da Lui. Il Signore lo sa. Per questo ha provveduto a “traduzioni” in ordini di grandezza più accessibili e più vicini a noi. Proprio per questa ragione, Paolo senza timidezza ha detto alle sue comunità: imitate me, ma io appartengo a Cristo. Egli era per i suoi fedeli una “traduzione” dello stile di vita di Cristo, che essi potevano vedere e alla quale potevano aderire. A partire da Paolo, lungo tutta la storia ci sono state continuamente tali “traduzioni” della via di Gesù in vive figure storiche. Noi sacerdoti possiamo pensare ad una grande schiera di sacerdoti santi, che ci precedono per indicarci la strada: a cominciare da Policarpo di Smirne ed Ignazio d’Antiochia attraverso i grandi Pastori quali Ambrogio, Agostino e Gregorio Magno, fino a Ignazio di Loyola, Carlo Borromeo, Giovanni Maria Vianney, fino ai preti martiri del Novecento e, infine, fino a Papa Giovanni Paolo II che, nell’azione e nella sofferenza ci è stato di esempio nella conformazione a Cristo, come “dono e mistero”. I Santi ci indicano come funziona il rinnovamento e come possiamo metterci al suo servizio. E ci lasciano anche capire che Dio non guarda ai grandi numeri e ai successi esteriori, ma riporta le sue vittorie nell’umile segno del granello di senape.

Cari amici, vorrei brevemente toccare ancora due parole-chiave della rinnovazione delle promesse sacerdotali, che dovrebbero indurci a riflettere in quest’ora della Chiesa e della nostra vita personale. C’è innanzitutto il ricordo del fatto che siamo – come si esprime Paolo – “amministratori dei misteri di Dio” (1Cor 4,1) e che ci spetta il ministero dell’insegnamento, il (munus docendi), che è una parte di tale amministrazione dei misteri di Dio, in cui Egli ci mostra il suo volto e il suo cuore, per donarci se stesso. Nell’incontro dei Cardinali in occasione del recente Concistoro, diversi Pastori, in base alla loro esperienza, hanno parlato di un analfabetismo religioso che si diffonde in mezzo alla nostra società così intelligente. Gli elementi fondamentali della fede, che in passato ogni bambino conosceva, sono sempre meno noti. Ma per poter vivere ed amare la nostra fede, per poter amare Dio e quindi diventare capaci di ascoltarLo in modo giusto, dobbiamo sapere che cosa Dio ci ha detto; la nostra ragione ed il nostro cuore devono essere toccati dalla sua parola. L’Anno della Fede, il ricordo dell’apertura del Concilio Vaticano II 50 anni fa, deve essere per noi un’occasione di annunciare il messaggio della fede con nuovo zelo e con nuova gioia. Lo troviamo naturalmente in modo fondamentale e primario nella Sacra Scrittura, che non leggeremo e mediteremo mai abbastanza. Ma in questo facciamo tutti l’esperienza di aver bisogno di aiuto per trasmetterla rettamente nel presente, affinché tocchi veramente il nostro cuore. Questo aiuto lo troviamo in primo luogo nella parola della Chiesa docente: i testi del Concilio Vaticano II e ilCatechismo della Chiesa Cattolica sono gli strumenti essenziali che ci indicano in modo autentico ciò che la Chiesa crede a partire dalla Parola di Dio. E naturalmente ne fa parte anche tutto il tesoro dei documenti che Papa Giovanni Paolo II ci ha donato e che è ancora lontano dall’essere sfruttato fino in fondo.

Ogni nostro annuncio deve misurarsi sulla parola di Gesù Cristo: “La mia dottrina non è mia” (Gv 7,16). Non annunciamo teorie ed opinioni private, ma la fede della Chiesa della quale siamo servitori. Ma questo naturalmente non deve significare che io non sostenga questa dottrina con tutto me stesso e non stia saldamente ancorato ad essa. In questo contesto mi viene sempre in mente la parola di sant’Agostino: E che cosa è tanto mio quanto me stesso? Che cosa è così poco mio quanto me stesso? Non appartengo a me stesso e divento me stesso proprio per il fatto che vado al di là di me stesso e mediante il superamento di me stesso riesco ad inserirmi in Cristo e nel suo Corpo che è la Chiesa. Se non annunciamo noi stessi e se interiormente siamo diventati tutt’uno con Colui che ci ha chiamati come suoi messaggeri così che siamo plasmati dalla fede e la viviamo, allora la nostra predicazione sarà credibile. Non reclamizzo me stesso, ma dono me stesso. Il Curato d’Ars non era un dotto, un intellettuale, lo sappiamo. Ma con il suo annuncio ha toccato i cuori della gente, perché egli stesso era stato toccato nel cuore.

L’ultima parola-chiave a cui vorrei ancora accennare si chiama zelo per le anime (animarum zelus). È un’espressione fuori moda che oggi quasi non viene più usata. In alcuni ambienti, la parola anima è considerata addirittura una parola proibita, perché – si dice – esprimerebbe un dualismo tra corpo e anima, dividendo a torto l’uomo. Certamente l’uomo è un’unità, destinata con corpo e anima all’eternità. Ma questo non può significare che non abbiamo più un’anima, un principio costitutivo che garantisce l’unità dell’uomo nella sua vita e al di là della sua morte terrena. E come sacerdoti naturalmente ci preoccupiamo dell’uomo intero, proprio anche delle sue necessità fisiche – degli affamati, dei malati, dei senza-tetto. Tuttavia noi non ci preoccupiamo soltanto del corpo, ma proprio anche delle necessità dell’anima dell’uomo: delle persone che soffrono per la violazione del diritto o per un amore distrutto; delle persone che si trovano nel buio circa la verità; che soffrono per l’assenza di verità e di amore. Ci preoccupiamo della salvezza degli uomini in corpo e anima. E in quanto sacerdoti di Gesù Cristo, lo facciamo con zelo. Le persone non devono mai avere la sensazione che noi compiamo coscienziosamente il nostro orario di lavoro, ma prima e dopo apparteniamo solo a noi stessi. Un sacerdote non appartiene mai a se stesso. Le persone devono percepire il nostro zelo, mediante il quale diamo una testimonianza credibile per il Vangelo di Gesù Cristo. Preghiamo il Signore di colmarci con la gioia del suo messaggio, affinché con zelo gioioso possiamo servire la sua verità e il suo amore. Amen.

sabato 23 marzo 2013

Sabato di Passione!



SABATO

DELLA SETTIMANA DI PASSIONE



Oggi cominciamo, col santo Vangelo, a contare esattamente i giorni che dovranno trascorrere prima dell'immolazione del divino Agnello. Questo Sabato è il sesto giorno prima di Pasqua, secondo il computo di san Giovanni al capitolo dodicesimo.


L'unzione di Betania.

Gesù si trova a Betania, dove si tiene un festino in suo onore. Lazzaro risuscitato è presente al banchetto, che ha luogo in casa di Simone il Lebbroso. Mentre Marta si occupa nel servirli, Maria Maddalena, alla quale lo Spirito Santo fa quasi presentire l'avvicinarsi della morte e della sepoltura del suo amato Maestro, ha preparato un profumo e lo viene a spandere sopra di lui. Il santo Vangelo, che conserva sempre un misterioso riserbo sulla Madre di Gesù, non ci dice ch'era presente anche lei quel giorno a Betania ma non si può metterlo in dubbio; pure gli Apostoli presero parte al banchetto. Mentre nel villaggio di Betania, situato a due chilometri da Gerusalemme, gli amici del Signore si stringevano così intorno a lui, sulla città infedele il cielo andava sempre più ottenebrandosi. Tuttavia, Gesù, domani vi farà una sua apparizione; e i discepoli ancora non lo sanno. Il cuore di Maria è triste; Maddalena è tutta assorta in lugubri pensieri; tutto presagisce la fine imminente.


Storia di questo giorno.

La Chiesa ha però riservato il passo del Vangelo di san Giovanni che narra questi fatti, per la Messa del Lunedì prossimo. La ragione di questo particolare sta nel fatto che, fino al XII secolo, non c'era, ancora, una Stazione a Roma. Il Papa preludeva con una giornata di riposo alle fatiche della grande Settimana, le cui solenni funzioni cominceranno domani. Ma se egli non presiedeva all'assemblea dei fedeli, non trascurava di compiere in questo giorno due tradizionali prescrizioni che avevano la loro importanza negli usi liturgici della Chiesa Romana.

Nel corso dell'anno, il Papa costumava mandare ogni Domenica una porzione della santa Eucarestia, ch'egli consacrava, a ciascun sacerdote che era addetto ai titoli presbiteriali, che erano le chiese parrocchiali della città. Questo invio, o meglio distribuzione, aveva luogo da oggi per tutta la Settimana Santa, forse perché l'ufficiatura di domani non avrebbe permesso d'effettuarla comodamente. Gli antichi documenti liturgici di Roma c'informano, che la consegna del pane consacrato si faceva nel Concistoro del Laterano; il Cardinal Tommaso e Benedetto XIV inclinano a credere che i Vescovi delle Chiese suburbucarie vi prendessero parte. Abbiamo altre prove, dall'antichità, che talvolta i Vescovi s'inviavano scambievolmente la santa Eucarestia, in segno della comunione che li univa. Quanto ai sacerdoti preposti ai Titoli presbiteriali della città, ai quali ogni settimana veniva consegnata una porzione dell'Eucarestia consacrata dal Papa, essi se ne servivano all'altare, mettendo una picco­la parte di questo pane consacrato nel calice, prima di comunicarsi.

L'altra usanza di questo giorno consisteva in una elemosina generale alla quale presiedeva il Papa, e che senza dubbio, nella sua abbondanza, aveva lo scopo di supplire a quella che non avrebbe potuto aver luogo durante la Settimana Santa, troppo occupata negli Uffici divini e nelle altre cerimonie. I Liturgisti del Medio Evo spiegano la commovente relazione tra il Pontefice Romano, che esercita di persona le opere di misericordia verso i poveri, e Maria Maddalena, che pure oggi imbalsama coi suoi profumi i piedi del Salvatore.

Posteriormente al XII secolo, venne fissata una Stazione, la quale ha luogo nella chiesa di S. Giovanni a Porta Latina, che, secondo la tradizione, sorge sul luogo dove il Discepolo prediletto per ordine di Domiziano sarebbe stato immerso in una caldaia d'olio bollente.


LETTURA (Ger 18,18-23). - In quei giorni: Degli empi Giudei dissero fra di sé: Venite, facciamo una congiura contro il giusto, perché la legge non può mancare al sacerdote, il consiglio al sapiente, la parola al profeta. Venite, abbattiamolo con la lingua, senza dar retta a tanti suoi discorsi. Signore, rivolgiti verso di me, ascolta quanto dicono i miei avversari. Si rende forse il male, per il bene giacché essi hanno scavato una fossa all'anima mia? Ricordati che io sono stato nel tuo cospetto, per parlare in loro favore, per allontanare da essi il tuo sdegno. Per questo abbandona i loro figli alla fame, falli cadere sotto la spada; le loro mogli restino senza figli e vedove, i loro mariti siano messi a morte, i loro giovani siano trafitti dalla spada in battaglia. Si sentano le grida uscir dalle loro case: Manderai adunque all'improvviso, addosso a loro il ladrone, perché essi hanno scavato la fossa per prendermi, han teso dei lacci ai miei piedi. Ma tu, o Signore, ben conosci quanto tramano contro di me per farmi morire; non perdonare la loro iniquità, non si cancelli dinanzi a te il loro peccato, siano calpestati e maltrattati nel tempo del tuo furore, Signore Dio nostro.

Anatemi contro i peccatori.

Non si possono leggere senza fremere gli anatemi che Geremia, figura di Gesù Cristo, indirizza ai Giudei, suoi persecutori. Questa predizione, che s'avverò alla lettera fin dalla prima rovina di Gerusalemme, per mano degli Assiri, ebbe una conferma ancora più terribile nella seconda visita dell'ira di Dio sulla maledetta città. Non era solo un profeta, Geremia, che i Giudei avevano perseguitato col loro odio e con indegni trattamenti; ma lo stesso Figlio di Dio, che avevano rigettato e messo in croce: al loro Messia avevano "ricambiato il bene col male". Quindi, non era stato solo Geremia "a pregare il Signore che facesse la grazia d'allontanare da essi il suo sdegno": l'Uomo-Dio in persona aveva sempre interceduto per loro; e se alla fine loro furono abbandonati alla giustizia divina, questo avvenne dopo ch'ebbero esaurite tutte le vie della misericordia e del perdono. Ma tanto amore era rimasto sterile; e l'ingrato popolo, sempre più irritato contro il suo benefattore, nell'impeto del suo odio gridava: "Che il suo sangue ricada sopra di noi e sui nostri figli!" Quale sentenza Giuda attirava a proprio danno, formulando un tale augurio! Dio l'intese e se ne ricordò.

Il peccatore, ahimé, che conosce Gesù Cristo ed il prezzo del suo sangue, e che continua a versare a suo piacimento un sangue sì prezioso, non s'espone forse agli stessi rigori di quella giustizia, che si mostrò così tremenda verso Giuda? Tremiamo e preghiamo, implorando la divina misericordia per tanti ciechi volontari e cuori ostinati che corrono alla rovina; e con le suppliche incessanti che rivolgeremo al Cuore misericordioso del Redentore di tutti, facciamo sì che sia revocato il decreto ch'essi hanno meritato e si tramuti in una sentenza di perdono.


VANGELO (Gv 12,10-36). - In quel tempo: I prìncipi dei sacerdoti deliberarono di ammazzare anche Lazzaro; perché molti per causa di lui abbandonavano i Giudei e credevano in Gesù. Il giorno dopo, una gran folla, accorsa alla festa, avendo sentito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e andò ad incontrarlo, gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore: il Re d'Israele. E Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto: Non temere, figlia di Sion; ecco il tuo Re viene seduto sopra un puledro d'asina. I suoi discepoli non compresero allora queste cose; ma glorificato che fu Gesù, si ricordarono ch'erano state scritte di lui, e che gli erano state fatte. E la folla ch'era con lui quando chiamò Lazzaro fuori del sepolcro e lo risuscitò dai morti, ne rendeva testimonianza. Anche per questo gli andò incontro la turba, perché aveva sentito che egli aveva fatto quel miracolo. I Farisei allora dissero: Vedete che non concludiamo nulla? Ecco, tutto il mondo gli va dietro. Or fra quelli accorsi ad adorare per la festa, v'erano alcuni Gentili. Questi, accostatisi a Filippo, che era di Betsaida della Galilea, lo pregarono dicendo: Signore, desideriamo vedere Gesù. Filippo andò a dirlo ad Andrea e Andrea e Filippo lo dissero a Gesù. E Gesù rispose loro: È venuta l'ora nella quale dev'essere glorificato il Figlio dell'uomo. In verità, in verità vi dico: se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane infecondo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perderà e chi odia la sua vita in questo mondo, la salverà per la vita eterna. Se uno mi vuol seguire mi segua; e dove son io, ci sarà pure il mio servo. Se uno mi serve l'onorerà mio Padre. Ma ora l'anima mia è conturbata. E che dico? Padre, salvami da quest'ora. Ma per questo son giunto a questo momento. Padre, glorifica il tuo nome. E dal cielo venne questa voce: E l'ho glorificato, e di nuovo lo glorificherò. Or la folla ch'era presente, e udì, disse ch'era stato un tuono. Altri dicevano: Un angelo gli ha parlato. E Gesù prese a dire: Non per me, ma per voi è venuta questa voce. Or si fa giudizio di questo mondo, ora il principe di questo mondo sarà cacciato fuori. Ed io quando sarò innalzato da terra trarrò tutti a me. Ciò diceva per significare di qual morte doveva morire. Gli rispose la gente: Noi abbiamo appreso dalla legge che il Cristo vive in eterno. Or come dici tu che il Figlio dell'uomo dev'essere innalzato? Chi è questo Figlio dell'uomo? Disse allora Gesù ad essi: Ancora un poco la luce è con voi. Camminate mentre avete la luce, affinché non vi sorprendano le tenebre; e chi cammina al buio non sa dove vada. Finché avete luce, credete nella luce, per essere figli della luce. Queste cose disse Gesù; poi se ne andò (a Betania coi dodici) e si nascose da loro.

L'odio dei Giudei.

I nemici del Salvatore sono giunti a tal segno di follia da perdere la ragione. È davanti a loro Lazzaro risuscitato; ma invece di riconoscere in lui la prova schiacciante della divina missione di Gesù, ed arrendersi finalmente davanti all'evidenza, pensano di far perire questo testimone incontestabile, come se Chi lo aveva risuscitato una volta non potesse di nuovo ridargli la vita. La trionfale accoglienza che il popolo fa al Signore in Gerusalemme li spinge ad inasprire la loro stizza ed il loro odio. "Vedete che non concludiamo nulla? essi mormorano; ecco che tutto il mondo gli va dietro". Ahimé! ad una momentanea ovazione succederà immediatamente uno di quei voltafaccia ai quali il popolo è troppo abituato. Ma intanto, ecco che anche i Gentili si fanno avanti per vedere Gesù. È il preludio del prossimo avveramento della profezia del Salvatore: "Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a gente che ne produca i frutti" (Mt 21,43). Sarà quello il momento che "il Figlio dell'Uomo sarà glorificato" e che tutte le nazioni protesteranno il loro umile omaggio al Crocifisso, contro l'accecamento dei Giudei. Ma prima bisognerà che il divino " Frumento caduto in terra, muoia"; poi quando verrà il tempo della mietitura, darà il cento per uno.


La Redenzione.

Tuttavia Gesù non può non risentire nella sua umanità un istantaneo turbamento al pensiero di questa morte. Non è ancora l'agonia dell'Orto; ma un brivido l'assale. Ecco come grida: "Padre! salvami da quest'ora". Cristiani, è il nostro Dio ch'è preso da paura, nel prevedere ciò che fra poco comincerà a soffrire per noi; e domanda che s'allontani il destino ch'egli ha previsto e voluto. "Ma, soggiunge, per questo son venuto al mondo; Padre, glorifica il tuo nome". Ora il suo spirito è sereno, e torna ad accettare le condizioni della nostra salute. Sentite anche questa parola di trionfo: "Il principe di questo mondo sarà cacciato fuori": cioè Satana sarà detronizzato, in virtù del Sacrificio che egli sta per offrire.

Ma non è solamente la disfatta del demonio, il frutto dell'immolazione del Redentore: questo essere terreno e pervertito che è l'uomo sta per distaccarsi dalla terra ed innalzarsi al cielo; e sarà il Figlio di Dio, quale amante celeste, che lo attirerà a sé: "Quando sarò innalzato da terra trarrò tutti a me". Non si preoccupa più dei patimenti, della terribile morte che poco fa lo spaventava; non vede più che la rovina del nostro nemico, e la nostra salvezza e glorificazione per la sua Croce. In queste parole noi abbiamo tutto il Cuore del Redentore; meditiamole, perché bastano da sole a disporre le nostre anime a gustare i misteri di cui è piena la grande Settimana che si apre domani.


PREGHIAMO

La tua destra, o Signore, difenda e, dopo averlo purificato, istruisca degnamente il popolo che prega; affinchè mediante la consolazione presente avanzi verso i beni futuri.



da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 669-674

venerdì 22 marzo 2013

Venerdì di Passione!



VENERDÌ

DELLA SETTIMANA DI PASSIONE



A Roma la Stazione è nella chiesa di S. Stefano, sul monte Celio. In questo giorno che doveva essere consacrato a Maria, la Regina dei Martiri, è commovente il dover ammettere che, per una specie di presentimento profetico, tale chiesa dedicata al primo Martire era, fin dalla più remota antichità, destinata alla riunione dei fedeli.


EPISTOLA (Ger 17,13-18). - In quei giorni: Geremia disse: Signore tutti quelli che t'abbandonano saran confusi, quelli che s'allontanano da te saranno scritti in terra; perché hanno abbandonato la sorgente delle acque vive, il Signore. Guariscimi, o Signore, e sarò guarito; salvami, e sarò salvato: la mia gloria sei tu. Ecco essi stanno a dirmi: Dov'è la parola del Signore? S'adempia! Tu lo sai: non mi son turbato, ho seguito te, mio pastore, e non ho desiderato la vendetta. Quello che usci dalle mie labbra fu retto dinanzi a te. Non mi diventare causa di spavento tu, mia speranza nel giorno dell'afflizione. Sian confusi i miei persecutori e non io, tremino essi non tremi io; fa' piombare su loro il giorno dell'afflizione, percuotili con doppio flagello, o Signore Dio nostro.

Geremia, figura del Messia.

Geremia è una delle principali figure di Gesù Cristo nell'Antico Testamento, dove rappresenta specialmente il Messia perseguitato dai Giudei. Per questo la Chiesa nelle due settimane consacrate alla Passione del Salvatore, ha voluto scegliere le sue Profezie a soggetto delle lezioni del Mattutino. Abbiamo udita una delle lamentazioni che il giusto rivolge a Dio contro i suoi nemici; e parla in nome di Cristo. Ascoltiamo dai suoi accenti come viene dipinta, nello stesso tempo, la malizia dei Giudei e quella dei peccatori che perseguitano Gesù Cristo in seno allo stesso cristianesimo. "Essi, dice il Profeta, hanno abbandonato la sorgente delle acque vive". Difatti Giuda ha perso la memoria della roccia del deserto, dove zampillarono le acque che spensero la sua sete; e quand'anche se ne ricordasse, non sa che quella roccia misteriosa significava il Messia.


Gerusalemme, immagine dei peccatori.

Ciò nonostante, Gesù è là, a Gerusalemme, che grida: "Chi ha sete venga a me e beva, e si disseti". La bontà, la dottrina, le opere sue meravigliose e gli oracoli adempiutisi in lui dicono abbastanza che si deve credere alla sua parola. Ma Giuda è sordo al suo invito; e parecchi cristiani lo imitano. Ve ne sono di quelli che dopo aver gustato della "sorgente delle acque vive", si sono allontanati per andare a dissetarsi ai ruscelli fangosi del mondo; e la loro sete s'è irritata di più. Tremino costoro alla vista del castigo dei Giudei, perché, non ritornando al Signore loro Dio, cadranno negli ardori eterni che li divoreranno, e là invocheranno una goccia d'acqua, che sarà loro rifiutata. Per bocca di Geremia il Signore predice "un giorno d'afflizione" che piomberà sui Giudei; e più tardi, quando verrà in persona, li previene che la tribolazione cadrà sopra Gerusalemme, in punizione del suo deicidio, e sarà così spaventosa "quale non fu dal principio del mondo fino ad ora, né mai sarà" (Mt 24,21). Ma se il Signore ha vendicato con tanta severità il sangue del Figlio suo contro una città, che fu per tanto tempo sgabello dei suoi piedi, e contro un popolo che aveva preferito a tutti gli altri, come potrà risparmiare il peccatore che, disprezzando i richiami della Chiesa, s'ostina a rimanere nel suo indurimento? Giuda ebbe la disgrazia di colmare la misura delle sue iniquità; anche noi abbiamo tutti un limite al male che la giustizia di Dio non permetterà mai d'oltrepassare. Affrettiamoci dunque a rimuovere il peccato; preoccupiamoci di colmare un'altra misura, quella delle buone opere; e preghiamo pei peccatori che non vogliono convertirsi. Domandiamo che il sangue divino, ch'essi ancora una volta disprezzeranno, e dal quale sono ancora protetti, non ricada sopra di loro.


VANGELO (Gv 11,47-54). - In quel tempo: I prìncipi dei Sacerdoti ed i Farisei radunarono il consiglio contro Gesù, e dicevano: Che facciamo? Quest'uomo fa molti miracoli. Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e stermineranno il nostro paese e la nazione. Allora uno di loro chiamato Caifa, che era in quell'anno pontefice, disse loro: Voi non capite nulla, e non pensate come vi torni conto che un uomo solo muoia per il popolo, e non perisca tutta la nazione. E questo non lo disse di suo, ma essendo pontefice di quell'anno profetò che Gesù doveva morire per la nazione, e non per la nazione soltanto, ma anche per raccogliere insieme i figli dispersi di Dio. E da quel giorno proposero di dargli la morte. Gesù adunque non conversava più in pubblico tra i Giudei; ma si ritirò in una regione vicina al deserto in una città, chiamata Efrem, dove si tratteneva coi suoi discepoli.

Il Consiglio del Sinedrio.

La vita del Salvatore è più che mai minacciata. Il consiglio della nazione s'è riunito per vedere come disfarsi di lui. Sentite questi uomini; spinti a radunarsi dalla più vile delle passioni, la gelosia, non negano i miracoli di Gesù; sono dunque in grado di dare un giudizio sulla sua missione, e questo giudizio dovrebbe essere favorevole. Non sono però convenuti per questo scopo, ma per intendersi sui mezzi di farlo perire. Che cosa diranno a se stessi? Quali sentimenti esprimeranno in comune accordo per legittimare una tale sanguinaria risoluzione? Avranno il coraggio di mettere avanti la politica e l'interesse della nazione: se Gesù, infatti, continua a mostrarsi al popolo e ad operare prodigi, presto la Giudea vorrà proclamarlo suo Re, e non tarderanno a venire i Romani a vendicare l'onore del Campidoglio oltraggiato dalla più debole nazione ch'esiste nell'Impero. Insensati; essi non comprendono, che se il Messia avesse dovuto essere un re terreno, tutte le nazioni della terra sarebbero rimaste senza forza contro di lui! Perché non si ricordano piuttosto della predizione di Daniele, che durante la settantesima settimana di anni, a partire dal decreto per la riedificazione del tempio, il Cristo sarebbe stato messo a morte, ed il popolo che l'avrebbe rinnegato non sarebbe stato più il suo popolo? (Dn 9,25) che, dopo quest'eccesso, verrà un popolo guidato da un capo militare, e metterà a soqquadro la città ed il tempio? ed entrerà nel santuario l'abbominazione della desolazione e la desolazione s'insedierà a Gerusalemme, e vi rimarrà fino alla fine? (ivi, 26-27). Non capiscono che, facendo perire il Messia, contemporaneamente annienteranno la patria.


La profezia del Gran Sacerdote.

Frattanto, l'indegno pontefice che presiede negli ultimi giorni della religione mosaica, rivestito dell'efod, ha profetizzato, e la sua profezia risponde a verità. Non ce ne stupiamo, perché il velo del tempio non s'è ancora spaccato, ed ancora non è rotta l'alleanza tra Dio e Giuda. Caifa è un sanguinario, un vile, un sacrilego; ma è pontefice, quindi Dio parla ancora per la sua bocca. Sentiamo che cosa dice questo nuovo Balaam: "Gesù dovrà morire per la nazione, e non per la nazione soltanto, ma anche per raccogliere insieme i figli dispersi di Dio". Così la moribonda Sinagoga è costretta a profetizzare la nascita della Chiesa per l'effusione del sangue di Gesù! Qua e là sulla terra esistono figli di Dio che lo servono, in mezzo alla gentilità, come il centurione Cornelio; ma non c'è un legame visibile che li unisca.

S'avvicina l'ora in cui l'unica, la grande Città di Dio apparirà sul monte, "e tutte le genti vi accorreranno" (Is 2,2). Dopo che sarà sparso il sangue dell'alleanza universale, ed il sepolcro ci avrà reso il vincitore della morte, passeranno cinquanta giorni, e la Pentecoste non convocherà più i Giudei al tempio di Gerusalemme, ma chiamerà tutti i popoli alla Chiesa di Gesù Cristo. Caifa si dimentica dell'oracolo ch'egli stesso aveva proferito, e fa restaurare il velo del Santo dei Santi, che s'era spezzato in due, nel momento che Gesù spirava sulla Croce; ma questo velo non copre più che un ridotto deserto. Non è più là il Santo dei Santi; ora "in ogni luogo si sacrifica un'ostia pura" (Ml 1,11,) non ancora sono apparsi, sul monte degli Olivi, i vendicatori del deicidio, con le loro aquile, che i suoi sacrificatori hanno sentito tuonare, in fondo al ripudiato santuario, una voce che diceva: "Usciamo via di qui.


PREGHIAMO

A noi che cerchiamo la grazia della tua protezione, concedi, o Dio onnipotente, di servirti con animo tranquillo e libero da ogni male.



da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 658-661

giovedì 21 marzo 2013

Madonnina di Civitavecchia, la posizione della Chiesa... il Vescovo ha approvato, la Madonna ci chiama a penitenza!







Meditiamo sui 7 dolori della Santissima Vergine!

"Riguardo ai Dolori della Santissima Vergine, la lealtà superò di molto la più terribile attesa. Un'altro aggravamento dell'afflizione di Maria nel Suo Quarto Dolore era causato dal conoscere che la Sua vista aumentava le sofferenze di Nostro Signore. La vista del Viso addolorato di Maria, fu per Gesù più penosa della terribile flagellazione alla colonna. Era necessario per completare il ciclo dei Dolori della Madonna che Ella si assoggettasse anche a questo straziante incontro, tale era la volontà di Dio, volontà sempre dolce anche nel più estremo rigore, sempre amabile anche quando la carne, il sangue e lo spirito fuggono atterriti per evitare l'amplesso designato. Questa volontà guidava il triste corteo del Calvario, questa volontà restava sul Golgota come una luminosa nube ed era come un'altra corona di spine attorno al Capo del Signore, un'altra croce sulle Sue spalle, una spada nel Cuor della Sua Madre, Essa cambiava questo Cuore materno, quasi in una spada infissa nel Cuore del Figlio.
Qual santo dimostrò mai tale sommissione alla volontà Divina come la Regina dei Martiri, Maria ascese il Calvario con coraggiosa calma per aiutare a sacrificare il Suo caro Figlio. L'Addolorata vedeva Gesù in balìa degli altri che potevano toccarLo e avvicinarLo mentre Ella, Sua Madre, ne era trattenuta lontano. Nei giorni di Betlemme e dell'Egitto la gioia di Maria consisteva nello stringersi Gesù al Cuore, quando Ella si occupava dei Suoi doveri materni, il Suo amore per Lui era divenuto così' grande da non potersi esprimere che per mezzo di una timorosa venerazione. Il ricordo di quei felici istanti si presentava allora, alla memoria della Vergine, e le onde del dolore si precipitavano contro il Suo Cuore, quasi per strapparGlielo. Durante tutto il Venerdì Santo Maria si aperse un varco attraverso a quegli orrori, reprimendo i sentimenti della Sua natura, Ella non avrebbe voluto neppure per tutto il mondo che Le fosse risparmiato uno solo di quegli orrori".

Bella Lauda in onore della Vergine Dolente:















Autentica e Miracolosa Immagine della Vergine























Ora di seguito alcune foto della Miracolosa statua della Vergine che lacrimò oltre 30 volte dalle 21 circa della sera dell'8 alle 20 circa del 13 novembre 2011 in casa di un mistico:















Per informazione aggiungo che questo fatto l'ho potuto constatare con i miei stessi occhi..

Laus Deo! I Anniversario del ritorno alla Scala Santa di Padre Candido dell'Immacolata Amantini!


Ringraziamo il Signore ad un anno della Sacra Traslazione delle Reliquie di Padre Candido alla Scala Santa!


LITANIAE PATRIS CANDIDI AB IMMACULATA
Kyrie eleison
Christe eleison
Kyrie eleison
Christe audi nos
Christe exaudi nos
Pater de Caeli Deus Miserere nobis!
Filii Redemptor mundi Deus
Spiritus Sancte Deus
Sancta Trinitas Unus Deus
Sancta Maria Ora pro nobis!
Cor sacer Immaculatum et amore flagrans Mariae
Regina Congregationis Passionis
Candida Regina Paradisi
Sancte Joseph
Sancte Michael
Sancte Gabriel
Sancte Raphael
Sancti Angeli Custodes
Sancte Candide
Sancte Paule a Cruce
Sancte Gabrielis a Virgo Perdolente
Sancta Gemma Galgani
Pater Candide ab Immaculata
Pater Candide Crucifixi Iesu ex amore flagrans
Pater Candide puritatis lilium
Pater Candide Amoris Victima
Pater Candide cui a Caritate stigmata inscripta sunt
Pater Candide miraculorum auctor Domini
Pater Candide Inferni Taerror
Pater Candide Spes in te confidentium
Pater Candide corda illuminans
Pater Candide Mariae filii praedilecte
Pater Candide secundum Cor Dei Sacerdos
Pater Candide Domini passioni mystice unite
Pater Candide miseros adiuvans
Pater Candide Gloriae Dei defensor
Pater Candide familiarum praesidium
Pater Candide mitis e humilis corde
Pater Candide Gratia Dei Inflammate
Pater Candide indefesse confessor
Pater Candide Divinae Sapientiae plene
Pater Candide turris Fortitudinis
Pater Candide speculum virtutis
Pater Candide Dei manus
Pater Candide oboedientissime
Pater Candide errantibus iuvenibus viam ostendens
Pater Candide paupertatis amans
Pater Candide silentii amans
Pater Candide Sanctissimi Sacramenti adorator
Pater Candide obstinata corda convertens
Pater Candide Misericordiam Dei praedicans
Pater Candide Divinarum Gratiarum dispensator
Pater Candide contra haereses pugnans
Pater Candide immaculata hostia pro nobis oblata
Pater Candide pro omnibus te invocantibus intercedens
Agnus Dei qui tollis peccata mundi, parce nobis Domine!
Agnus Dei qui tollis peccata mundi, exaudi nos Domine!
Agnus Dei qui tollis peccata mundi, miserere nobis!

Ora pro nobis Pater Candide
Ut digni efficiamur promissionibus Christi!

Oremus
Onnipotente Sempiterno Dio, Tu che hai mandato nel mondo il Tuo Unico Figlio Gesù Cristo nato da Maria Vergine, che morì in Croce per noi per riscattarci dalla corruzione del peccato e dal potere dell'Inferno, ascolta la preghiera che Ti rivolgiamo per Intercessione della Candida Regina del Paradiso e del Tuo Servo P. Candido dell'Immacolata che in tutta la sua vita fu unito misticamente alla Passione e Morte del Tuo Figlio, concedi che Egli sia elevato alle Glorie degli Altari e per la sua intercessione fa che imitando le sue virtù possiamo essere liberati dalla schiavitù del Demonio e da ogni male dell'Anima e del Corpo per giungere al Regno Eterno a cantare senza fine insieme con Padre Candido le tue lodi per tutti i secoli dei secoli. Amen







Padre Amorth commosso prega innanzi alle Sacre Spoglie di Padre Candido il 21 Marzo 2012




Preghiera per ottenere l'elevazione alle glorie degli altari di
Padre Candido dell'Immacolata
Sacerdote Esorcista Passionista
(al secolo Eraldo Ulisse Mauro Amantini)

Signore Gesù Cristo Figlio di Dio Onnipotente; Redentore, Difensore, e Santificatore del genere umano. Tu che sei sceso a noi nella Persona del Verbo divino, incarnandoti nel Seno castissimo della Beata sempre Vergine Maria; che sei nato per noi in una grotta, e hai voluto vivere tra gli uomini, insegnando, predicando, guarendo e liberando l'umano genere;Tu che hai voluto subire una tremenda Passione unicamente per amor nostro,per farci poi risorgere insieme a Te alla vita della Grazia; guarda a noi Tuoi figli che veneriamo con cuore sincero il Tuo fedelissimo servo padre Candido dell'Immacolata, che visse contemplando i misteri della Tua Santissima Vita, e rese a te lo spirito piangendo e ripetendo con giubilante mestizia “ahi quanto Ti costò l'averci amato”. Egli nella sua vita terrena ha offerto tutte le sue sofferenze e fatiche per chi ricorreva a lui e per noi che ricorriamo alla sua intercessione, unite alla Tua Gloriosissima Passione, che instancabilmente testimoniò con ardore e zelo Apostolico in tutta la Sua vita. Ora noi da Te o Signore Gesù Cristo Misericordiosissimo attendiamo la sua glorificazione come "Figlio amato". Guarda all'amore con cui egli ha diffuso nei cuori e nelle anime la memoria della Tua Passione, per questi meriti ed i dolori della Tua Immacolata Afflittissima Madre della quale fu vero devoto figlio, esaudisci le suppliche che Ti rivolgiamo: concedi l'elevazione alla gloria degli altari di padre Candido e per Sua intercessione concedici le grazie che ti chiediamo... Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

1 Credo. 5 Pater, Ave, Gloria. Alle S. Piaghe di Nostro Signore per ottenere la canonizzazione di P. Candido

7 Ave Maria in memoria dei dolori Ss.ma Vergine di cui P. Candido era devotissimo.

1 Pater, Ave, Gloria. Per ottenere grazie per l'intercessione gloriosa di P. Candido.